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Il 2 maggio, in un paese della Sicilia, un uomo uccide il sindaco e altre quattro persone. Tre giorni dopo, a Milano, un giovane spara alla moglie, alla vicina e ai passanti sotto casa. La cronaca recente è piena di casi del genere. Persone forse un po' chiuse, a volte litigiose, ma apparentemente normali, che improvvisamente si trasformano in mostri. È possibile accorgersi in tempo che la follia sta per esplodere? Lo abbiamo chiesto a chi viveva vicino a questi assassini.
Spaventava i vicini. E nessuno è intervenuto
Sono passate da poco le tre del pomeriggio del 5 maggio. Andrea Calderini, 31 anni, un ragazzo di buona famiglia milanese, con Ferrari, Porsche e abiti firmati, bussa alla porta della vicina del piano di sotto e le spara. È la sua seconda vittima, in casa, senza vita, c'è già Helietta Scalori, la ragazza sposata a Las Vegas qualche mese prima. Andrea scende in strada e ricomincia a sparare con la Colt, regolarmente denunciata. Colpi che vanno quasi tutti a segno e feriscono tre passanti. Poi risale nel suo appartamento e dal balcone preme ancora il grilletto.
Arriva la Polizia, si cerca di trattare. Non si sa ancora che fine abbia fatto Helietta. Oltre quella porta superblindata non ci sono segni di vita. All'una meno un quarto della notte l'irruzione dei Nocs. E la scoperta di due cadaveri: quello della ragazza e quello di Calderini, con il cranio trapassato dall'ultimo di 42 proiettili esplosi in un giorno di follia. Perché abbia iniziato a sparare non si sa. «La moglie aveva scoperto che, nonostante la promessa di buttare via tutte le armi, si era tenuto una pistola» hanno detto i genitori prima di chiudersi nel silenzio.
È possibile accorgersi in tempo che la follia sta per esplodere? Partecipa al nostro forum Ma forse c'è di più. «È una strage che si poteva evitare» sostengono molti vicini, perché «quello non ci stava con la testa». Sul citofono al posto del nome aveva il 666, simbolo di Satana, sulla porta una svastica. «Una signora che abitava sotto di lui ha cambiato casa per la paura: mi ha raccontato che ogni tanto si tagliuzzava i polsi e con il sangue imbrattava i muri del palazzo» racconta Silvana Lepri, proprietaria della lavanderia di fronte. E ricorda altri episodi di una vita sopra le righe. «Si era trasferito qui perché aveva litigato con i vicini dove viveva prima.
Una volta ha scaraventato una bicicletta dall'ultimo piano. Un'altra è venuta la Polizia perché lui gridava come un matto. Provo pena, ma forse si poteva fare qualcosa. Almeno togliergli il porto d'armi, visto che era pericoloso». Ma il punto è proprio questo. Quando una persona si può definire pericolosa? «Ci sono segnali d'allarme» spiega Marco Strano, psicologo della Polizia di Stato.
«Le minacce di morte ripetute, una vita con rapporti umani poveri o inesistenti, l'uso di droghe e l'abuso di alcol, l'incapacità di controllare l'ira. Se uno è già in cura per una malattia mentale e lo psichiatra nota un aggravarsi di questi sintomi, può avvertire la Polizia. Il problema è che molte persone a rischio non sono in cura e chi vive con loro non è in grado di capire la gravità dei segnali». L'omicida di Milano in cura c'era, da anni, perché soffriva di disturbo ossessivo compulsivo.
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«Che di per sé non è pericoloso» continua Strano. «Colpisce molti, gli schiavi del gioco d'azzardo per esempio, e non ha come conseguenza diretta comportamenti violenti». Ma la violenza nella vita di Andrea Calderini in qualche modo è arrivata. E nessuno ha saputo fermarla.
Nel suo passato solo piccole ombre, nulla di più
«Perdonami per quello che ho fatto, adesso verranno i Carabinieri». Il 2 maggio, Giuseppe Leotta, 32 anni, siciliano di Aci Castello, ha salutato così la madre, per telefono. Poi ha continuato la sua fuga sull'auto di un uomo preso in ostaggio. È arrivato in una chiesa, si è seduto su una panca e si è sparato alla testa. Un ultimo proiettile che ha messo fine a un incubo durato sette ore. Sette ore e sei morti. Il primo è un pensionato, che se ne sta su una panchina nella piazza del Municipio quando Leotta, custode comunale, lo vede e lo uccide, senza un perché. Poi l'assassino entra in Comune, incontra un collega sulle scale e gli spara.
Il terzo a morire è il sindaco, colpito sulla porta dell'ufficio. Apparentemente tranquillo, Leotta lascia il Municipio. Alla gente spaventata dagli spari che gli chiede cosa stia succedendo risponde «Nulla». E se ne va in un altro edificio del Comune. Spara di nuovo. Altri due morti, due impiegate. Mentre in paese scatta la caccia all'uomo, Leotta ferma un automobilista e si fa portare alla chiesa della sua morte. «L'avevo incontrato quella mattina, prima della strage» ricorda Cristina Migliaccio, il funzionario comunale che tiene i rapporti con la cooperativa per cui lavorava Leotta. «Non dimenticherò mai il suo viso paonazzo.
È possibile accorgersi in tempo che la follia sta per esplodere? Partecipa al nostro forum Ma ho pensato che stesse male, non che stesse per impazzire. Era un ragazzo chiuso, taciturno, viveva solo. Non era rissoso. Ho letto che lo chiamavano "il pazzo": non è vero. Anzi, aveva un'aria serafica». Ma aveva anche delle armi in casa (tante), e un'ossessione: il lavoro. «Non gli piaceva l'incarico di custode del parco giochi perché diceva che là era solo. Avrebbe voluto fare l'autista del sindaco» continua Cristina Migliaccio. «Ne avevamo parlato più volte, serenamente, sembrava una persona ragionevole».
Eppure il 2 maggio nella sua fragile mente qualcosa è successo. Doveva esserci una riunione quella mattina in Comune. Tra i dipendenti della cooperativa per cui lavorava, i sindacati e il sindaco. «Qualcuno dice che temeva di perdere il lavoro» commenta Cristina Migliaccio «ma non ne aveva motivo». Qualcuno parla anche di quella volta che Leotta litigò con i familiari e minacciò madre e fratello con un'ascia. «I genitori non lo confermano e non ci sono denunce» dice Concetto Mannisi, giornalista del quotidiano La Sicilia. «Ma in paese sono certi che quella lite violenta c'è stata». Si dice anche che fu Giuseppe a cacciare la famiglia dalla casa di Aci Castello.
Ora i genitori in quella villetta vuota ci sono tornati. Fra le videocassette e le riviste ordinate con cura maniacale. Fra molti caschi da motociclista nuovi e molti impermeabili ancora imballati. Che cosa se ne faceva Leotta? Un piccolo mistero in un mistero troppo grande.
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